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Nel 2020 in Italia c'è stata una grande moria.
Quasi sentivamo la mancanza di Bettino Craxi,
era come stare sull'Achille Lauro (la crociera).
Barattoli sormontati da pere e birilli di divieto ovunque.
Marx (Groucho) e lo Sputnik, Bic Gates (Bic, la penna a sfera) e l'elefante superdotato della Pfizer,
giocarono per mesi con il pallottoliere, mentre noi sognavamo di dormire.
E io volevo solo che rimanesse il ricordo di tutto questo,
che la vita qui può essere più surreale di un quadro.
Ad imperitura memoria del gioco infinito al quale giocheremo per sempre.
Zakamoto

Quanto può vivere un essere umano? (Corriere.it)

Covid, il rischio di morte dei pazienti calcolato da un algoritmo (Corriere.it)

Perché in Italia il covid sembra uccidere di più (Internazionale.it)

Offline: COVID-19 is not a pandemic (The Lancet)

Indagine sulle Rsa: un business che fa perdere di vista l'assistenza (https://ilbolive.unipd.it/)

Il nodo irrisolto dell'epidemia nascosta nelle RSA (Scienzainrete.it)

Sars-CoV-2 si trasmette attraverso le persone. Ma l’inquinamento rende più fragili chi, a seguito del contatto col virus, si ammala di Covid-19 (Fondazionevesi.it)

Inquinamento atmosferico e diffusione del virus SARS-CoV-2 (epicentro.iss)

Vaccini anti Covid e Big Pharma, Raoult: "Non abbiamo difese contro potenze finanziarie di questa natura"

Il pensiero conforme dell’Imbecille globale (Marcelloveneziani.com)

Genetica, “entro 10 anni l’uomo sarà immortale” (Essere-informati.it)

The real lessons from Sweden’s approach to covid-19 (Economist.com)

Decessi Covid: il tasso di mortalità non è lo stesso tra le Regioni (Repubblica.it)

Il dilemma della mortalità in Italia. Il virus colpisce ogni Regione in modo diverso (Vita.it)

COVID-19: rapporto ad interim su definizione, certificazione e classificazione delle cause di morte (Istat.it)

L'inquinamento in Italia attraverso i dati (Viias.i)

La mappa delle città italiane dove l’aria è più inquinata (anteritalia.org)

Il nostro mondo adesso è debole e vecchio, puzza il sangue versato è infetto.

La Società del duemilaventi è vecchia, il potere è in mano a vecchi per nulla saggi, che resistono al loro destino facendosi scudo con i corpi di figli e nipoti.
Nei conti bancari di questa moltitudine di ottuagenari è sepolta, bloccata, ibernata, l’energia per costruire il futuro.
Ci raccontano la fiaba di quanto si stava bene ai loro tempi, loro che hanno sepolto la loro anima, la loro memoria, che hanno venduto la libertà, sperando di ricevere una vita e una pensione eterna.
Vivono una vita immaginaria, surrogata, un’idea della vita che non hanno avuto il coraggio di vivere, e rimangono aggrappati il più a lungo possibile al girello della sopravvivenza.

Cinicamente c’è chi ha sperato che un virus li spazzasse via tutti, che la natura si fosse svegliata per porre fine al dominio senile, alcuni non-vecchi hanno sperato di poter essere almeno maggiori per numero se non per ricchezze.
In realtà si tratta dei nostri genitori, è forse colpa loro se i giovani non hanno fatto cinque figli a testa?
La società in cui viviamo, quella in cui crescono i nostri figli, è stata pensata ed è gestita da vecchi che vivono in un mondo di privilegi al quale gli altri non hanno accesso.

Le disparità sociali tra classi hanno lasciato il posto alle disparità generazionali, le disposizioni prese durante la crisi del Covid hanno reso ancora più chiaro quali siano le priorità e chi siano le persone da tutelare: la maggior parte dell’elettorato, la parte economicamente più ricca del paese: i vecchi.
Chiuse scuole e discoteche, impedita la circolazione delle persone, chiusi i negozi e fermata l’economia, al fine di tutelare la fascia delle persone anziane.
Chi ha perso il lavoro a causa della pandemia, i figli del covid, dorme in una tendopoli dietro stazione Termini.

Zakamoto

Dopo mesi di bollettini di guerra, vediamo alcuni numeri finalmente circostanziati e raffrontati relativi al covid-19.
L'ISTAT ha pubblicato, in data 22 ottobre 2020, i dati relativi ai decessi per tutte le cause di morte nel periodo gennaio-agosto 2020. (https://www.istat.it/it/files//2020/03/nota-decessi-22-ottobre2020.pdf). La tabella 3 indica le variazioni percentuali rispetto alla media 2015-2019, ripartiti per regioni e per mesi.
In essa risulta che in Italia, i decessi nel periodo gennaio-agosto sono aumentati dell'8,6%, un dato, di per sé, molto al di sotto rispetto a quello che ci si aspetterebbe da una pandemia...

Solo disaggregando i dati per regione e mese si comincia a comprendere cosa è accaduto veramente. Infatti nelle regioni del Nord l'aumento è stato del 19,5%, mentre nel Centro e nel Sud si assiste addirittura ad un decremento, rispettivamente: -0,2% e -1,1%, il che spiega la media nazionale dell'8,6%.
Disaggregando il dato del Nord nel mese di marzo, l'aumento è stato del 93,9%, quindi sono morte il doppio delle persone rispetto al quadriennio; e in Lombardia l'aumento è stato del 191,2%. Ovviamente a Bergamo e altri comuni la punta è certo superiore.

Mi fermo qui con i numeri. Dunque, in sostanza, questa influenza da coronavirus, denominata SARS-covid19, è stata certamente più virulenta rispetto a quelle, senza nome ma pur sempre influenze, del quadriennio 2015-2019, ma non è la Peste Nera, o la Spagnola.
Il terrorismo mediatico scatenato e sostenuto tuttora non è dunque suffragato da dati reali ma funzionale certamente ad una classe politica, nazionale e regionale, senza distinzioni di schieramenti, che negli ultimi 30 anni ha letteralmente sfasciato il sistema sanitario territoriale, laddove i medici di base passano gran parte del tempo a caricare dati sui computer.
E sono loro che avrebbero potuto e dovuto curare a casa i loro pazienti, che conoscono singolarmente, il che avrebbe permesso di non intasare gli Ospedali e avrebbe ridotto ulteriormente i decessi. Mai è accaduto nella storia dell'umanità che i medici fossero invitati, nei fatti quasi obbligati a stare lontano dai pazienti, tanto che coloro che hanno disobbedito lo hanno fatto a loro rischio. Dunque questa emergenza è sì sanitaria, ma non da coronavirus, ma da cause molto più rimediabili e da responsabilità politiche molto precise che si tende ad oscurare.

Adesso, dopo più di sei mesi, scopriamo che nulla è stato fatto per rimediare a questa situazione, per la medicina di territorio o per i trasporti. Il Governo sforna quasi giornalmente i famigerati Decreti Amministrativi che dovrebbero far vergognare uno stato sedicente democratico, con misure in gran parte inutili e anche assurde e dannose, esautorando il Parlamento, che peraltro si lascia volentieri esautorare.

Nessuno risponde alle domande ragionevoli anche solo di quella tabella ISTAT: perché al Nord? Perché in Lombardia, dove la sanità era, secondo lorsignori, una “eccellenza”? Forse perché proprio in quelle zone l'inquinamento ambientale e tecnologico è anch'esso “eccellente”? E perché si continua a distruggere la scuola quando si sa bene che bambini e ragazzi non si ammalano?
Se gli insegnanti vogliono proteggersi lo possono fare, ma perché distanziare i ragazzi e i bambini? Forse per dare un impulso alla tanto attesa didattica a distanza, tutti distanziati e con cuffie a seguire algoritmi perfetti?

Dunque, i veri scopi vengono a galla e il grande “reset”, di cui ormai si parla apertamente senza pudore, ci consegnerà un Paese e un mondo in cui la paura, il controllo, la povertà, l'omogeneità dei comportamenti e dei pensieri, il virtuale al posto del reale, e altro ancora diverranno la norma.

Come dal 2001 ci sembra normale, e non dovrebbe, un mondo con milioni di telecamere e sensori, aeroporti blindati, militari per le strade, così dovrebbe sembrarci normale uscire mascherati e distanziati, connessi virtualmente; un mondo nel quale un Presidente del Consiglio (non esistono Premier nel nostro ordinamento) si trasforma da avvocato in padre spirituale e assistente della salute del cittadino-suddito, tanto bisognoso di essere guidato, e i Presidenti di Regione (non esistono Governatori) in sceriffi con la stella. Ecco, almeno di questi paternalismi pelosi e pietosi ne faremmo volentieri a meno.

Sergio Motolese
http://www.altritasti.it/index.php/archivio/diritti-sociali/4565-covid-19-numeri-e-realta

IL TRADIMENTO DEGLI INTELLETTUALI

"Premessa obbligatoria. Sono un professore universitario. Insegno filologia a Bologna, nella più antica università del mondo occidentale. Sono il coordinatore di un dottorato di ricerca presso la stessa Università. Dirigo tre riviste scientifiche internazionali classificate in classe A dall’ANVUR (l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca). Ho fatto parte e faccio parte di commissioni di valutazione ministeriale. Sono il responsabile di quattro progetti interuniversitari internazionali – uno patrocinato UNESCO – che vedono coinvolte, oltre alla mia Università, quelle di Bonn, Londra, Los Angeles, Toronto, Calgary, Valencia, Istanbul, Cairo, Brest (Bretagna), Blida (Algeria), Shahid Beheshti (Tehran) Rabat (Marocco). Coordino insieme ad altri colleghi dei centri internazionali di ricerca e dei progetti di cooperazione tra università e mondo extra-universitario. Ho partecipato su invito a circa 300 convegni scientifici internazionali, e sono stato il relatore plenario (keynote speaker) a 15 di essi. Sono il direttore di alcune collane accademiche, tra cui una collegata al centro delle Medical Humanities dell’Università di Bologna, di cui sono membro. Faccio parte del comitato editoriale di diverse riviste e collane scientifiche in Italia e all’estero. Ho all’attivo circa 700 pubblicazioni scientifiche. In breve: quando parlo di università non lo faccio come un giornalista che si è bene o male informato sui fatti. Ma ne parlo dall’interno, conoscendo ciò di cui parlo.

Nel marzo del 2020, quando tutto ciò che stiamo vivendo ebbe inizio, ho espresso pubblicamente alcune perplessità sulla narrazione univoca della pandemia, ricevendo come conseguenza – oltre a diverse attestazioni di ringraziamento e di solidarietà – insulti, minacce nonché moniti da parte di colleghi più potenti. A cadenza più o meno regolare, negli scorsi mesi, ho continuato a dire come la penso relativamente alla dittatura scientocratica in atto, difendendo – con consapevolezza – un’idea di scienza come arte del dubbio e del confronto.

L’autoritarismo politico cresciuto in seno alla narrazione pandemica è nel frattempo, come previsto, peggiorato, con una situazione che è precipitata in barba a ogni garanzia costituzionale, con la totale complicità di ogni forma residuale delle opposizioni nelle post-democrazie dell’Occidente in sfacelo, e con una lobotomizzazione ormai generalizzata dei cittadini, diventati nel frattempo anche aggressivi, intolleranti, giudicanti.

Generalmente, in situazioni simili, a provare a salvare qualcosa incarnando un punto di vista alternativo, sono i cosiddetti “intellettuali”, o sono le forze del pensiero creativo. Niente di tutto questo: addirittura gli ex-ribelli che hanno fatto la loro fortuna annunciando che avrebbero spaccato il mondo per difendere le libertà (qui da noi mi viene in mente il conterraneo appenninico Vasco Rossi, ma tra i minori spiccano ex-ribelli come l’onnipresente Cisco – al secolo Stefano Bellotti – e tutta la schiera di coloro che, meno noti di lui, continuano a cantare contro il sistema infarciti di concetti d’accatto di partigianesimo e Resistenza) si sono mostrati inermi, incapaci, grezzi.

Personaggi addomesticati e definitivamente squallidi che si sono anche prestati per spot governativi su come indossare le mascherine e come salvare il paese con comportamenti virtuosi: Fedez, altri rapper più undergorund che dovevano guidare la rivolta, e gli epigoni degli epigoni (l’unica eccezione in cui mi è capitato di imbattermi: il sempre lucido ed eversivo Giorgio Canali).

(Cito ora volentieri il monumentale Eric Clapton, sotto attacco mediatico proprio in queste ore per il pezzo anti-lockdown Stand and Deliver, firmato da Van Morrison: un brano pubblicato online proprio mentre questo mio articolo era già in pubblicazione).
Gli altri? Più zelanti dello zelo, più zerbini del concetto di zerbino. Nemmeno mi ricordo i nomi (a parte i soliti, tra le migliaia di quelli à la page che sgomitano per emergere nelle loro gare di fighetteria nazional-popolare: Michele Serra, Severgnini, Gramellini, Daria Bignardi).

Ma vengo all’Università. Dove va registrato, per le aspettative che si sarebbero potute avere, il punto nevralgico del decadimento. I Dipartimenti dell’Alma Mater/Università di Bologna, dove io lavoro, sembrano oggi bracci isolati di Alcatraz o San Quentin. Via tutte le sedie. Seguire il flusso indicato dalle frecce. Disinfettarsi. Indossare sempre le mascherine. Divieto di conversare. Biblioteche inaccessibili. Monitoraggio dei buoni comportamenti. Invito a segnalare comportamenti non consoni. QR code su ogni porta che si valica. Sto parlando dell’Università, della sede del libero pensiero.

Ho letto con attenzione Agamben, qualche mese fa, quando paragonava noi universitari che accettiamo queste limitazioni sproporzionate a quelli (il 99 per cento) che non si rifiutarono di aderire al Fascismo cent’anni fa. L’ho letto e mi ha messo in crisi. La penso come lui. Ho parlato con alcuni colleghi della possibilità di licenziarmi, ho argomentato le ragioni per rifiutarci di prendere parte a questo scempio. Mi hanno dissuaso, fondamentalmente per amicizia. Ne ho parlato ai miei studenti del primo semestre dell’anno accademico 2020-2021. Ho detto loro, senza mezzi termini e fin dalla prima lezione, che a parlare loro davanti a quello schermo c’era un vigliacco (tutte le mie lezioni sono registrate e accessibili).

Confesso di essere un vigliacco. Penso che chi ha una vaga coscienza della sproporzione delle misure adottate dovrebbe rifiutarsi di essere parte di questo scempio. Io dico la mia nei Consigli di Dipartimento e di Corso di Laurea. Ho sempre detto come la penso. Alcuni colleghi e alcune colleghe mi scrivono privatamente per confessare che la pensano come me. Ma quando si tratta di decidere (didattica mista, didattica a distanza, misure di questo o quel tipo) non intervengono mai. Come a dire che a esprimere un’opinione, a esercitare il primo diritto che dovrebbe governare il pensiero universitario – quello alla dissidenza consapevole – deve essere sempre e solo qualcuno.

Sputo nel piatto in cui mangio? Sì. È proprio così, perché non ho avuto la forza di licenziarmi. Ho conosciuto quest’anno la mia vera vigliaccheria. Mi sono scoperto senza altre forze che quelle, inefficaci, di ribadire dei principi, di rilasciare interviste, di scrivere sull’argomento, di esprimere il mio punto di vista con gli studenti e le studentesse. Di non dire mai loro quello che mi dicono di dire loro. Sono deluso da me stesso. E sono deluso dai Rettori, dai Direttori di Dipartimento, dai colleghi e delle colleghe, che avrebbero avuto un’opportunità storica per ribadire i principi dell’autonomia del pensiero critico. O almeno per discutere. E che invece sono tutti complici. Tutti traditori. Io più di loro, perché sento diversamente da loro e mi allineo fatalmente a quanto viene deciso.

A Bologna, e anche altrove, eravamo in piazza per gridare davanti alle telecamere “Libertà! Libertà!” per il nostro studente Patrick Zaki – che qualche dio ti protegga, coraggioso ragazzo! – e siamo stati tutti zitti e complici, negli stessi giorni, davanti all’orrore mononarrativo della pandemia. Quelli che hanno organizzato e promosso ai piani alti le manifestazioni di noi accademici per farci portavoce della difesa della libertà di pensiero sono gli stessi che hanno censurato le mie parole, in siti aperti al presunto dibattito dell’Università, non consentendo alla mia libertà di pensiero di esprimersi.

L’Università non si risolleverà da questo disastro. In termini di breve e media durata, le strategie finto-emergenziali messe in atto (dai milioni di euro spesi per i patetici set cinematografici ora presenti nelle nostre aule, che naturalmente non verranno smantellati dopo la presunta emergenza, al potenziamento della tecnologia per la didattica a distanza) resteranno come un
fiore all’occhiello dell’efficienza accademica e istituzionale, compresa la finta didattica in presenza che alla fine sembra inquietantemente solo un escamotage messo in atto per non diminuire le tasse degli iscritti; ma in termini di lunga durata il giudizio su questa supinità acritica ai dettami ministeriali-sanitari peserà come un giudizio senza scampo.

Io nel mio piccolo ho fallito e mi sento un fallito. Ho tradito me stesso e i miei principi. E ho tradito gli studenti e le studentesse a cui, invece di spiegare come la penso e di avviare dibattiti durante le mie lezioni per discutere in modo critico su questi argomenti, avrei dovuto più semplicemente dare l’esempio concreto e senza fraintendimenti di una persona che se ne va via.

Questa mia confessione di vigliaccheria è rivolta specialmente a loro. Non sono stato quello che ho insegnato, non sono quello che insegno. Ho perso ogni diritto di rivolgermi a loro con le parole di Enrico V ad Agincourt: “We few, we happy few, we band of brothers”. Non sono riuscito a barattare niente, ragazzi. Non ho incitato alla battaglia nel giorno di San Crispino. Siate voi meglio di come vi sono apparso e di come vi appaio in questi mesi.

Chissà, forse, riuscirò a stupirvi un giorno in altri modi. Ma sarà solo un piccolo riscatto di fronte a ciò che non sono stato capace di essere oggi."

Francesco Benozzo
https://comedonchisciotte.org/il-tradimento-degli-intellettuali-2/

Le crisi mettono a nudo la reale situazione di un sistema o di un processo,
anche quella in atto ha dunque il pregio di aiutarci a capire dove viviamo e aiutarci a liberare la nostra mente dal racconto fittizio e ipocrita che ci siamo ripetuti fino ad oggi a proposito della nostra realtà.

Appare chiaro come, non esista una società intesa come comunità di persone solidali l’una con l’altra nel sostenersi vicendevolmente, esistono persone che vivono in un medesimo luogo, in competizione tra loro, "la vera società non esiste, esistono solo gli individui” è una celebre frase di Margaret Thatcher spesso tacciata di cinismo.
Ma è chiaro come il sistema scolastico e lavorativo si basino sulla competizione meritocratica molto più che sulla gestione di gruppi e comunità, creando personalità scisse tra loro, ognuna delle quali è intenta a cercare di raggiungere un posto migliore in direzione della vetta, salendo sulla testa di chi rimane più in basso.
E’ emblematica, in questo senso, la situazione che riguarda le bombole di ossigeno che dovrebbero servire a curare i malati di covid a casa, su un totale di tre milioni di bombole, oltre un terzo risulta irrintracciabile a causa del fatto che chi ne ha fatto uso, invece di restituire la bombola, la tiene in casa nel caso di nuova necessità.
https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/bombole-ossigeno-allarme-443bab37-20af-4c70-be6f-ba9c30285dbb.html
La società descritta dai padri costituenti, non esiste più, e anche per questo non stupisce, in questo contesto, che provvedimenti anticostituzionali possano vedere la luce, con il plauso della maggioranza dei cittadini.

La crisi in atto permette di vedere quali siano le nostre reali priorità, se non come società, almeno come gruppo di persone che vivono nella stessa nazione e rispondono alle medesime leggi.
Trovandoci nella necessità di dover decidere tra servizi essenziali e non essenziali, abbiamo preso atto che istruzione pubblica, sport, arte e cultura non lo siano, oltre naturalmente a disconoscere la libera circolazione delle persone sul territorio, sancita dalla costituzione.
Dopotutto “l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, e da sempre il resto viene dopo.
Non interessa che il lavoratore sia soddisfatto della propria vita al di fuori del fatto di avere i mezzi di sussistenza minimi a pagare un affitto e fare la spesa al mercato.
L’istruzione pubblica è considerata di secondaria importanza, a prescindere dalla situazione odierna, in quanto qualitativamente scadente, sappiamo da sempre che occorrerà una formazioni in ambito privato per i nostri figli se vorremo dargli un'istruzione di alto livello.
Anche lo sport non gode di buona fama, mantenere una buona forma fisica nel nostro paese è considerato, più che un modo di rinforzare le proprie difese immunitarie, un sintomo di simpatie fasciste.
Al contrario lo sport ad alti livelli (nel quale sono presenti grandi interessi economici) è stato considerato necessario e viene praticato senza nessuna delle accortezze richieste ai normali cittadini.
Arte e cultura, sono considerate importanti a parole, ma è opinione diffusa che siano inerenti l’ambito di chi non lavora veramente.

Possiamo vedere bene come l’ambito economico abbia ingurgitato ogni ambito della vita, rendendo necessaria la creazione di un plusvalore anche in ambiti che per natura non possono generarlo.
La sanità pubblica divenuta azienda sanitaria, la scuola divenuta scuola-lavoro, l’arte divenuta oggetto di investimento, la scienza divenuta ambito di investimento dei grandi fondi, sono sintomi di un male che riguarda la ricerca perenne della creazione di un di più economico, in quest’ottica una scuola che, pur avendo un costo per la comunità, sia in grado di formare persone responsabili, solidali e gioiose, non ha alcun valore, la generazione di un plusvalore diverso da quello economico, è considerato secondario.
Oltre a questo, il plusvalore generato nell’ambito economico, viene reinvestito in nuove attività alla ricerca di nuovo plusvalore, ripetendo all’infinito con il mero fine dell’accumulo, piuttosto che in ambiti ritenuti secondari.
In fine buona parte del gettito fiscale, viene utilizzato per sostenere i medesimi ambiti economici quando si trovano in difficoltà.

Il ruolo dei media in questa crisi denuncia l’incapacità di presentare al pubblico una serie di tesi a confronto.
I media sono appiattiti su di un'unica visione, fino a tacciare i punti di vista differenti con la parola negazionista, nata in ben altre circostanze storiche.
Non è previsto un contraddittorio tra la tesi dominante e le altre, non è permesso parlarne.
In caso di crisi i media adottano una sorta di modalità di guerra, terrorizzando i cittadini e supportando il potere costituito e i provvedimenti presi, qualsiasi essi siano.
Attraverso questa modalità aumentano il numero di contatti e vendite, tutti noi siamo interessati a sapere se sta accadendo qualcosa di particolarmente grave, e trovano una buona scusa per stringere rapporti con il potere politico (fondi pubblici per l'editoria) ed economico.

Anche i media pubblici al pari della scuola, sanità, giustizia, arte, cultura e altri ambiti svolgerebbero meglio il loro compito per una comunità (se ce ne fosse una) se posti al di fuori della sfera economica, come teorizzato da Rudolf Steiner già cento anni fa.
Scuole che non insegnano, media che non informano, ospedali che non curano, amministrazioni e uffici pubblici che rubano il nostro tempo attraverso la creazione di assurdi dedali burocratici; chi si avvantaggia nell'utilizzo di questi servizi, a parte chi vi lavora e percepisce uno stipendio per fornire un servizio di norma pessimo?
Dobbiamo sostenere che sia meglio avere qualcosa che non funziona piuttosto che niente? Non è forse questa la stessa logica che ci porta ad acquistare e consumare prodotti dannosi e inquinanti piuttosto che farne direttamente a meno?
Non sarebbe forse meglio a questo punto, vista la manifesta incapacità di questo sistema di creare un servizio pubblico, rinunciarvi del tutto e privatizzare ogni ambito della vita?
Sarebbe quanto meno un modo per diradare le nebbie dell’ipocrisia.

La religione nel contesto del covid si è palesata inutile al punto di chiudere le chiese.
Abbiamo immaginato che la maggior parte degli italiani avesse una vita spirituale legata al messaggio di Cristo, nulla di più falso e già lo avevamo capito dall’esito delle elezioni, andavano in chiesa per compiere un rito scaramantico, reso pericoloso ed inutile dal virus.
L’unica religione alla quale crediamo realmente, e dalla quale traiamo conforto, è la scienza, ma ci crediamo con fanatismo religioso, esiste un unico vero virologo, e anche il Papa si inchina ad esso.

In ultimo va fatto un discorso sulle vittime.
E’ opinione diffusa, che proporre una diversa lettura della situazione rispetto a quella predominante, equivalga ad un gesto fortemente irrispettoso verso le vittime del virus, un po’ come dire che criticare lo stalinismo equivalga a gettare fango sui caduti dell’armata rossa a Leningrado.
Le vittime del virus, la cui età media è 80 anni, sono ciò che giustifica i provvedimenti presi.
Le vittime, i deboli, gli indifesi, le persone fragili, gli anziani, i poveri, sono le persone che una società dovrebbe proteggere, i provvedimenti presi sono dunque funzionali e coerenti con la società nella quale ci raccontiamo di vivere.
Nella realtà la protezione che offriamo a queste categorie è pressoché nulla da sempre, e nemmeno ci può essere utile indagare su chi sia più vittima tra un ottantenne affetto da diverse patologie durante una pandemia, e un ventenne che a causa della stessa situazione si ritrovi senza la possibilità di studiare e lavorare. Gli ultimi, le vittime, ci sono necessari a prescindere, come punto di riferimento nella nostra vita di competizione, finché esistono loro potremo sempre ritenerci migliori o più fortunati.

Gli anziani di oggi hanno vissuto la loro giovinezza a cavallo del 1968 e degli anni di piombo, in larga parte hanno partecipato alla critica feroce del sistema e alcuni alla lotta armata, per poi ritrovarsi ingeriti anch'essi dal sistema stesso, diventato anche grazie a loro, ancora più forte e libero di crescere senza ostacoli.
Dovremmo comunque considerarli vittime del sistema che hanno contribuito ad ingrassare?
Non sono forse coloro che si affacciano oggi alla vita adulta, i nipoti dei sesantottini, le vere vittime di questa situazione?

Zakamoto

Per quanto riguarda alcuni aspetti, la vita umana cambia nel corso del tempo, ma certe sfumature di fondo rimangono invariate anche per lunghi periodi. Nel
Medioevo, ad esempio, era diffusa una paura che oggi è considerata un’oscura superstizione, ed era la paura dei fantasmi, degli spettri, degli esseri elementari di ogni tipo. Oggi viene vista come superstizione medievale. L’epoca attuale [1914!], tuttavia, ha cambiato l’oggetto, ma non la paura: l’epoca attuale teme gli spettri
come nel Medioevo, si temono i fantasmi rappresentati oggi dai cosiddetti bacilli e dagli altri esseri di quel tipo. Si deve riconoscere d’altro canto che i fantasmi di un
tempo erano più dignitosi, se ne poteva avere paura, rispetto agli esseri che oggi chiamiamo bacilli e simili. Un solo aspetto è veramente cambiato: quando la mentalità degli uomini era più spirituale, si temevano esseri elementari spirituali; oggi è più materialista e i fantasmi devono essere fisici. S’accorda meglio all’epoca
del materialismo.

La Paura medievale dei fantasmi e la moderna paura dei bacilli
(Rudolf Steiner - 9/5/1914: da O. O. 261)

La quarantena, come stato di isolamento ed esclusione cautelare, è lo stato mentale di base delle società occidentali.
Dalla diffusione dell’Aids (1981) agli attentati alle Torri gemelle (2001) Al Covid 19, le persone si sono gradatamente, ma inesorabilmente, auto escluse dalla vita sociale, con il fine di non correre rischi per la propria sopravvivenza.
Gli esseri umani, in questa parte di mondo, hanno scelto di vivere dentro le loro case, dentro il loro cancelli, dietro i loro muri, dentro il loro cervello, elaborando straordinarie fantasie di ciò che magicamente dovrebbe accadere in futuro, affidandosi alla vana possibilità che la tecnologia possa colmare il vuoto di senso e di calore nei cuori.
Il mio lavoro, in particolar modo per la serie Quarantined, è incentrato sulla mia visione dell’essere umano contemporaneo nella opulenta civiltà occidentale; un essere che, per paura di morire o di non vivere abbastanza a lungo, preferisce immaginare di vivere, circondandosi di surrogati rassicuranti e sicuri della vita reale.
Questo stato mentale esclude il corpo come strumento di movimento e di piacere, il corpo diventa prima di tutto uno strumento di trasmissione di virus mortali.
L’esperienza della vita diventa virtuale, dislocata, rivolta principalmente al senso della vista e al solo organo cerebrale.
Rappresento le mie modelle acefale, con una grande sfera al posto della testa, una sfera stracolma di desideri indicibili e irrealizzabili, di paure e speranze riposte in un meraviglioso futuro nel quale sarà possibile nuovamente vivere veramente.
In uno stato simile alla reclusione, in una situazione nella quale la nostra libertà di movimento viene limitata, a prescindere dalla ragione, la nostra mente ha l'unica possibilità di viaggiare attraverso l'immaginazione, verso nuovi mondi, per continuare a rimanere nel suo stato naturale di libertà.
L'arte e la cultura non sono certo morte durante il fascismo e lo stalinismo, sono morte le menti delle persone che hanno smesso di sognare.
Zakamoto